Chi era Giuseppe Schiera

 

piazza-rivoluzione

ARRIVA LU PUETA

Arriva lu pueta Giuseppi Schiera

la fabbrica ambulanti r’u pitittu.

Viva Palermu e Santa Rusulia,

c’aju pi casa la so’ grutta

e pi tettu lu celu.

Lu prifettu lu sapi

e si nni futti,

mi ricivi nto gabinettu

ma dici sempri ca un tettu

mi sarà concessu.

Iu cci dicu

ca macari senza cessu

m’accuntentu.

Passanu li misi

e ancora iu aspettu.

Lu sinnacu Di Libertu

però mi ricivi sempri all’apertu

picchi o Cumuni

pi mancanza d’acqua

c’è sempri fetu.

Chi era Giuseppe Schiera?

Sostanzialmente uno sbandato, un vagabondo, uno stravagante che visse nella Palermo della prima metà del secolo scorso, un uomo quasi incolto, un illetterato figlio del popolo, che di fame visse e con essa convisse, “senza arte né parte“, si potrebbe dire, egli invece un’arte professò, ed era quella di improvvisare rime.

Si dice che Giuseppe Schiera sia nato a Palermo nella borgata di Tommaso Natale il 3 febbraio 1898. Figlio di un bracciante, Gaetano Schiera (che andò tre volte a nozze) e di una casalinga Maria Marino soprannominata ‘a cunighia (la coniglia) per la sua prolificità, egli visse in una famiglia eccezionalmente numerosa e disastrosamente povera.

Mise a frutto le sue capacità istrioniche di “abballavirticchiu” e quelle di scatenato improvvisatore di rime.

Si esibiva prevalentemente vicino ai mercati popolari della Città, nei pressi del Teatro Biondo o del teatro Finocchiaro, a Piazza Sett’Angeli o all’angolo di Porta Carini.

Quella sua attività “poetica” era anche nota in tutti i commissariati di polizia della città dai quali di tanto in tanto-pur mantenendo nei suoi confronti un atteggiamento tollerante-l’ordine di trarlo in arresto, soprattutto quando la Palermo del regime si vestiva della camicia nera e si apprestava a ricevere con tutti gli onori la visita di alti gerarchi – oppure nel 1937- quella dello stesso Mussolini.

I suoi recital estemporanei iniziavano sempre con le parole “Aiutàti a Peppi Schiera ch’è ‘a fabbrica du pitittu”.

Morì tragicamente, sotto un bombardamento alleato, il 9 maggio del ’43 sotto un bombardamento, nascondendosi dentro un portone in via dei Biscottari a Santa Chiara.

(Testo raccolto su internet)


Un personaggio singolare, vissuto nella prima metà del’900, era il poeta di strada Giuseppe Schiera.

Nato il 3 febbraio del 1898 nella borgata palermitana di Tommaso Natale, di famiglia numerosissima (18 figli), nella prima guerra mondiale aveva prestato servizio alla fureria della caserma Sant’Antonino di Palermo.

Già da allora il suo spirito mordace e la sua intolleranza a ogni forma di subordinazione non gli avevano procurato altro che prigione di rigore e consegna in caserma senza libera uscita. Vennero poi gli anni del fascismo, del passaggio dallo Stato liberale alla dittatura attraverso lo snodo del delitto Matteotti: sino ad allora Schiera era vissuto di espedienti e di furtarelli per sfamarsi. 

Ma il nuovo regime combatteva l’ accattonaggio, e il viaggio di Mussolini in Sicilia nel 1924 aveva attirato particolari attenzioni sull’ Isola e sulle condizioni dei suoi abitanti.

Di ciò fu anche vittima, si fa per dire, Giuseppe Schiera, costretto a lavorare in una zolfara in provincia di Caltanissetta come operaio. Poi preferì tornarsene a Palermo e riprendere la vita di barbone, trascorrendo spesso le notti in una grotta di Monte Pellegrino.

E proprio a Monte Pellegrino conobbe casualmente don Ciccio Vaccaro, che lavorava come capo squadra alla costruzione della strada sopra il monte e che abitava a Ballarò. Vaccaro prese a cuore le sorti del giovane e gli offrì alloggio nella sua casa, dove abitava anche la figlia Margherita. 

L’ inevitabile «fuitina», le nozze riparatrici, la sistemazione definitiva in casa dei suoceri e la nascita di cinque figli, dettero una certa sistemazione alla vita di Giuseppe Schiera che, liberatosi della preoccupazione per il cibo e per l’alloggio, poté dedicarsi spensieratamente a ciò che gli dettava la sua «corda pazza»: andare in giro per strade e piazze improvvisando poesie in dialetto e divertire la gente.

Questa nuova libertà rafforzò il suo atteggiamento satirico contro il regime, i gerarchi, la retorica bolsa del fascismo, che mise sempre alla berlina con sberleffi e nonsense rabbiosi, contro la guerra, la fame, la vuotaggine e la falsità della propaganda.

Finita la guerra etiopica e proclamato l’impero, Schiera commenta: «Quannu ‘u re era re / mancava ‘u cafè. / Ora è ‘mperaturi / e manca ‘u caliaturi. / E si pigghiamu n’autru statu / manca puru u surrogatu».

Sempre più spesso era vittima di una violenza invalsa durante il Ventennio: quando Mussolini o qualche alto gerarca andava in visita in una città, scattava «l’operazione sicurezza», consistente nell’arresto preventivo di tutti coloro che erano schedati nelle Questure come «sovversivi». Tra questi era, ovviamente, anche Giuseppe Schiera che ogni volta veniva rinchiuso nel carcere dell’Ucciardone per la durata della visita del personaggio. 

Così cresceva il suo astio verso il fascismo e il suo Duce, che manifestava senza mezzi termini nei «recital» che improvvisava per strada: « Viva ‘ u Duci / e a sira manca a luci. / Di jornu manca u pani / e a notti arrivanu l’arioplani».

La firma del Patto d’acciaio fu avvertita profeticamente come una sciagura : «Cci rissi Hitler a Mussulinu / facemu l’allianza / Criccu Croccu e manicu ri ciascu», detto popolare per indicare l’affiatamento tra balordi che non ascoltano le ragioni degli altri e hanno la sensibilità che può avere il manico di un fiasco.

Nel corso della seconda guerra mondiale, dinanzi ai rovesci militari che cominciarono a registrarsi, Schiera satireggiava i toni ufficiali con i suoi famosi “bollettini di guerra” : «Na curazzata / ra nostra armata / si scuntrò cu ‘na pignata / e arristò tutta ammaccata. / Cu? / A curazzata!».

Era inesauribile. Continuò ad andare in giro anche quando su Palermo si intensificarono i bombardamenti anglo-americani e la maggior parte della popolazione era sfollata nei paesi vicini.

A piazza Venezia, tra via Maqueda e via Roma, aveva collocato il suo panchetto tra l’ingresso del monastero di Santa Caterina (quello dei famosi dolci) e la panelleria poco distante. Ripeteva motivi famosi della sua Musa, la fame, legati al fascismo: «Sì salutava bongiornu. / e si manciava tri voti ‘o jornu; / ora si saluta a romana / e si mancia menza vota a’ simana». 

La sua aperta e coraggiosa avversione al regime, gridata incessantemente nei vicoli e nelle piazze, fu una rara scuola di libertà e di dignità umana. In quel tragico 9 maggio ’43 si trovava a piazza Sett’Angeli, davanti al Convitto nazionale.

Il bombardamento durò un’ora e fu apocalittico. Corse come tanti altri al rifugio scavato sotto la piazza che, centrato dalle bombe, fu la tomba di tutti quelli che vi cercavano riparo. Non lasciò nulla di stampato delle sue poesie, tranne qualche foglietto sparso che usava distribuire ai passanti in cambio di pochi centesimi.

La moglie Margherita, impaurita dalla pericolosità di quelle carte, poco prima che arrivassero gli americani le bruciò tutte…


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Foto tratta da libro “Peppe e Margherita” di Roberto Ardizzone, che vi consiglio di leggere.

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